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Non chiamatelo coraggio

Perché investire in cultura deve essere un atto di coraggio? Perché chi lavora nel settore dell’editoria o del comparto culturale si ritrova a dover cercare un secondo lavoro per vivere dato che con la cultura non si mangia? Perché chi prova a costruirsi un lavoro nel settore si deve sentire privilegiata se trova un tirocinio non retribuito in una redazione editoriale?

Oggi la libreria Tamu compie tre anni e proprio un anno fa lanciavamo il progetto di Tamu Edizioni.



Già dall’apertura della libreria l’aggettivo che più ci siamo sentiti affibbiare è stato coraggiosi. Siete coraggiosi ad aprire una libreria in questa città. Siete coraggiosi ad aprire una libreria in un paese in cui non legge più nessuno. Siete coraggiosi, nonostante abbiate già aperto una libreria, ad aprire anche una casa editrice in questa città e in un paese in cui non legge più nessuno.


Investire in cultura è, insomma, un atto di coraggio, una scelta solitaria ed eroica di chi, un po’ romanticamente, crede di poter nuotare contro la corrente, di chi è ancora convinto che della cultura si possa fare un lavoro.


Perché investire in cultura deve essere un atto di coraggio? Perché chi lavora nel settore dell’editoria o del comparto culturale si ritrova a dover cercare un secondo lavoro per vivere dato che con la cultura non si mangia?


Perché chi prova a costruirsi un lavoro nel settore si deve sentire privilegiata se trova un tirocinio non retribuito in una redazione editoriale?


Dando vita alla libreria e alla casa editrice, della cultura abbiamo cercato di fare il nostro lavoro. Non l’abbiamo fatto con coraggio, ma con desiderio. Il desiderio di crearci un lavoro che lasciasse margini di autonomia e creatività in un mondo schiacciato dal profitto, un lavoro che rispondesse ai nostri interessi quanto alla necessità materiale di sostenerci.


Lo abbiamo fatto in una città dove una consolidata tradizione libraria si scontra con un presente avvilente in cui la cultura è sempre più asservita agli interessi del turismo, dove la mancanza di una visione politica salta agli occhi non solo nel mancato sostegno alle librerie indipendenti e all’editoria locale, ma anche nelle biblioteche abbandonate, nel supporto mancato ai piccoli cinema e teatri per cui è stato impossibile riformulare la propria attività durante e dopo la chiusura imposta dalla pandemia, salta agli occhi in una programmazione culturale che non esce dai soliti circuiti, che non ha alcun interesse ad aprirsi alla strada, a rendersi fruibile e accessibile.


Una mancanza di visione politica con cui ci siamo scontrati proprio in questi giorni con la rete L.I.Re. con cui ci siamo visti costretti ad annullare la presentazione del romanzo di Alessio Forgione, prevista per oggi in piazza del Gesù, a seguito di un aumento del canone unico per la concessione di suolo che avrebbe richiesto la cifra di 140 euro per due ore di presentazione in piazza.


Un’assurdità, che però apre uno squarcio di riflessione sull’amministrazione della cultura in questa città, sull’idea dello spazio pubblico e della sua funzione per la comunità in una città che diventa sempre più una distesa di tavolini e spritzerie, dove le occasioni di incontro sembrano rimanere solo quelle veicolate dal consumo.


Una città in cui fare cultura indipendente rimane un atto, isolato, di coraggio e non un’occasione da cogliere, da sostenere, per creare altre forme di incontro in un centro storico mercificato.

Vi aspettiamo oggi alle 18 in piazza del Gesù con gli altri librai delle rete L.I.Re. perché lo spazio non diventa un lusso solo se ricominciamo a prendercelo e ad attraversarlo creando altri modi per viverlo. È una necessità, ma è anche un’urgenza, ora più che mai.


Tamu è il nome della libreria nata nel centro storico di Napoli nel 2018, diventata casa editrice lo scorso anno.

Cultura & Potere