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Essere marocchini e musulmani in Italia

Al centro de I Marocchini e l’Islam in Italia vi è la natura processuale dell’identità, il suo essere continuo prodotto di posizionamenti e ri-posizionamenti. Un testo prezioso e un efficace strumento capace di restituirci la densità di senso dei flussi migratori, permettendoci di fendere i flutti delle grandi fasi storiche e, allo stesso tempo, di riconoscere l’infinita complessità e molteplicità delle pieghe di cui sono composti.

Affrontare criticamente le identità e il loro mutamento è sempre una faccenda spinosa, in particolare quando ci si trova a doversi confrontare con la centralità dell’associazionismo religioso e della sua rilevanza politica. Sempre presenti dietro l’angolo sono il rischio di cristallizzare individui e gruppi, nonostante un lavoro di ricerca meticoloso, così come la tentazione costante di proiettare aspettative, residuate e rinnovate narrazioni esotizzanti ed orientaliste. D’altra parte, il desiderio di annullare le produttive e stimolanti differenze, o di temere la problematica fascinazione verso l’alterità possono portare a riprodurre un universalismo omogeneizzante che poco ha a che fare con l’oggettività o con un razionalismo apparentemente distaccato.



I Marocchini e l’Islam in Italia: Un Campo da Contendere (2021) di Nicola Di Mauro si confronta direttamente con queste tensioni problematiche nel descrivere e analizzare l’evolversi dei flussi migratori dal Marocco verso l’Europa e l’Italia a partire dal trauma coloniale e dai suoi effetti. L’orizzonte analitico all’interno del quale si muove il testo è, inevitabilmente, transnazionale e teso a restituire la costante interazione che avviene fra varie realtà politiche ed istituzionali all’interno di complesse trasformazioni sociali. Da questo punto di vista si potrebbe aggiungere come una delle premesse più evidenti del testo sia quella di considerare l’identità come un processo, come una continua negoziazione di spazi e territori all’interno delle stesse dinamiche sopracitate. Difatti, non sono soltanto astratte fasi storiche a succedersi nei decenni, suggerisce l’autore, ma interi modi di produzione, che a loro volta coinvolgono dinamiche economiche, ed anche diversi modi di intendere le soggettività, la cittadinanza, il diritto e l’idea stessa di territorio.


I confini sono, dunque, intesi nel testo come dispositivi, come variabili strutture di potere, porose, imperfette, dinamiche al loro interno poiché interagiscono con una realtà più ampia e, allo stesso tempo, feroci nel loro imporre barriere, selezioni, divisioni all’interno delle comunità e nel modo di relazionarsi ad esse. Grande spazio è dato nel testo, infatti, all’evolversi di quelle pratiche che Immanuel Wallerstein definiva come etnicizzazione della forza lavoro, sottolineando come, dagli albori del capitalismo, la divisione dei ruoli sulla linea della razza abbia svolto, da un lato, una funzione razionalizzante nel segmentare processi e mansioni. D’altro canto, la produzione di leggi atte a regolamentare fasce ben precise del tessuto produttivo migrante (tale aspetto è discusso con continuo riferimento all’evolversi della giurisprudenza italiana in materia) ha avuto e continua ad avere il compito di giustificare e naturalizzare le disuguaglianze, facendo del razzismo stesso una mutevole pratica di potere.


Il confine si fa metodo, direbbero Sandro Mezzadra e Brett Neilson, o strategia di produzione di dispositivi governamentali e, contemporaneamente, di meccanismi estrattivi. Tuttavia, tali strutture non sono solo subite mi ci si relaziona ad esso a vario livello; difatti, risulta particolarmente affascinante osservare, soprattutto per un non addetto ai lavori come il sottoscritto, attraverso la lettura della prima parte del libro, come la storia dei flussi migratori dal Maghreb, per quanto drammatica e tesa, sia impregnata e partecipe delle tensioni che dal primo ’900 arrivano ai nostri giorni. Possiamo notare, lungo tutto questi passaggi, costanti processi di adattamento e di ricerca di riconoscimento istituzionale, che vedono la collaborazione fra associazioni di comunità migranti, istituzioni locali, e realtà politiche dei paesi di provenienza. In questi meccanismi di istituzionalizzazione è possibile notare un generale desiderio di stabilizzazione, di normalizzazione che, allo stesso tempo, porta a solidificare la legittimità dei vari attori politici in gioco.


È all’interno di questo quadro che, quindi, la questione dell’associazionismo religioso si fa più pregnante e ricca di contraddizioni, dal momento che quei gruppi che tendono ad essere riconosciuti come legittimi interlocutori all’interno di contesti nazionali e transnazionali si trovano nella necessità di intercettare bisogni governamentali. Divenire esponente di un ‘islam moderato’, non significa necessariamente identificarsi come parte di un gruppo che interpreta testi e pratiche religiose secondo logiche precise che prescindono da momenti storici e narrazioni contingenti. Con tali definizioni, infatti, si vanno a cristallizzare i modi in cui individui e gruppi negoziano la loro adesione a discorsi e narrazioni attorno ai modi giusti e tollerabili dell’essere musulmanǝ o migrantǝ all’interno di determinati contesti politici. Per queste stesse ragioni vediamo anche il mettersi in moto di vere e proprie pratiche disciplinari o securitarie che intendono ulteriormente legittimare le religioni civili e gli organi istituzionali di riferimento (una compatibilità che l’autore definisce come doppia presenza). In questo senso, l’azione sempre presente della monarchia marocchina nel legittimare o meno determinati percorsi religiosi segna in modo molto evidente come tali processi di mediazione siano sempre legati a meccanismi sociali complessi, spesso legati a orizzonti geopolitici in profondo mutamento.


Tuttavia, l’autore ci ricorda come sia sbagliato assumere costantemente una prospettiva dall’alto su tali trasformazioni ed eventi. Ridurre l’evoluzione e la storia intensa dei flussi migratori e della loro identità religiose e comunitarie ad una serie di momenti macropolitici ci discosta dalla complessità che caratterizza le stesse comunità a cui facciamo riferimento. Grande attenzione nel testo è data al ruolo delle seconde e terze generazioni e al modo in cui, anche attraverso storie personali avvincenti e complesse, vediamo nell’identità religiosa una dinamica aggregativa e una pratica di senso in grado di sfidare politicamente la realtà in cui ci si trova ad agire. Da qui si possono notare differenti percorsi confessionali all’interno di uno stesso contesto familiare, così come continui e mai risolti desideri di rinnovamento e rielaborazione delle letture religiose in grado di rispondere in modo articolato a bisogni contingenti.

           

Il libro si chiude enfatizzando come i giovani della CII (Confederazione Islamica Italiana) utilizzino pratiche aggregative come strategie e tattiche per navigare nel presente cercando di evitare la cooptazione e, contemporaneamente, la delegittimazione da parte delle istituzioni. L’accento cade nuovamente, quindi, sulla natura processuale dell’identità, sul suo essere continuo prodotto di posizionamenti e ri-posizionamenti e su come questo stesso moto perpetuo riveli l’essenza tesa e magmatica dei processi sociali. Il testo risulta, pertanto, un efficacissimo strumento di navigazione capace di restituirci la densità di senso dei flussi migratori, permettendoci di fendere i flutti delle grandi fasi storiche e, allo stesso tempo, di riconoscere l’infinita complessità e molteplicità delle pieghe di cui sono composti.


Francesco Sticchi è Lecturer in Film Studies presso la Oxford Brookes University

 

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