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Quando i libri sono potenze

Partendo dalla continua lezione fornita dalle mobilitazioni transfemministe, Verónica Gago traccia un percorso teorico e politico in grado, non solo, di rispondere a crisi situate, ma di ridefinire lo spazio etico in senso trasversale.

Una recensione di "Feminist International: How to Change Everything" di Verónica Gago



O mio corpo, fai sempre di me un uomo che si interroga

(Frantz Fanon, Pelle Nera, Maschere Bianche)


Ci sono testi che segnano passaggi fondamentali, che sembrano liberare potenze o addirittura attuarle nel momento stesso in cui le pagine scorrono fra le nostre mani, Feminist International: How to Change Everything (Verso 2020, tit. or. La potencia feminista: el deseo de cambiarlo todo, Tinta Limón, 2019) di Verónica Gago[1] è sicuramente uno di questi. Un libro che, come lo stesso titolo originale suggerisce, sprigiona possibilità immaginative a ogni passaggio e che, quindi, agisce anche come toccasana rispetto ad una sensazione di stasi, incapacità di agire ed elaborare il futuro politico all’interno nel nostro depresso e pandemico presente (nonostante i recenti sviluppi di diverse mobilitazioni sembrino tracciare nuove strade e prospettive). Come Deleuze scriveva a proposito dell’Etica di Spinoza, Feminist International procede per diverse velocità e piani di lettura, presentandosi allo stesso tempo come un avvincente e puntuale testo di filosofia politica, in grado di affrontare efficacemente annose questioni legate all’analisi delle attuali dinamiche di potere, e come manifesto programmatico di una trasversale prassi di attivazione delle lotte.




L’autrice, sociologa e attivista affermata nel contesto argentino e latino – fra le voci più note della rete Ni Una Menos – è anche fra le più autorevoli accademiche sul piano internazionale ad occuparsi della trasformazione estrattivista del capitalismo. Sintetizzando il suo lavoro, potremmo dire che ciò che chiamiamo neoliberismo (che possiamo anche immaginare ed associare alle più fantasiose connotazioni e aggettivazioni) in sostanza manifesti un processo di profonda ristrutturazione antropologica e politica, oltre che economica, la quale rimpiazza la – presunta – centralità della produzione, in senso stretto, con continue pratiche di recinzione e confinamento. Questa infinita e coloniale accumulazione primitiva (parafrasando Rosa Luxemburg) viene diretta in modo ugualmente devastante verso i beni comuni (con connessa crisi ecologica), la forza lavoro e i corpi sussunti alla valorizzazione generando, però, una profonda tensione sulla linea del genere. Come il pensiero marxista femminista ci ha insegnato, centrale per la sopravvivenza e la rimodulazione del capitalismo è il lavoro riproduttivo e di cura (il lavoro gratuito d’amore assegnato per un presunto destino biologico); un lavoro relazionale, cognitivo e affettivo che, in modo più evidente, a partire dagli anni settanta, esce fuori dai confini della domesticità per occupare progressivamente ogni spazio (sia esso organico o digitale) e che, ora, combacia, in modo differenziale ed articolato, con quella che potremmo indicare come una progressiva e generalizzata precarizzazione della forza lavoro.


Ovviamente le rimodulazioni estrattive del modello economico non vanno confuse con un abbandono o un superamento di precedenti dinamiche di genere o pratiche di razzializzazione, bensì come un loro riassestamento all’interno di nuovi parametri. La deregolamentata mobilità del capitale finanziario, pertanto, si associa ad una sempre più violenta ed efficace capacità di confinamento, di selezione e identificazione di spazi, risorse e soggettività portando ad una valorizzazione parassitaria del vivente (life as surplus – la vita come plusvalore direbbe Melinda Cooper). Da qui traiamo anche la sinistra efficacia e la centralità del debito come strumento, da un lato, di espansione di finanziaria (deterritorializzazione) e, contemporaneamente, di controllo, moralizzazione e cattura (riterritorializzazione), in grado di operare una perenne segmentazione e codificazione di corpi e soggett* atomizzat* secondo nuove dinamiche familistiche (non a caso il debito è al centro di un altro recente testo dell’autrice scritto con Luci Cavallero). Pertanto, Gago, opponendosi anche all’importante e dibattuto contributo di Nancy Fraser e Wendy Brown, non interpreta il neoliberismo come «fine o distruzione del politico» (evocando la necessità conflittuale di un nuovo populismo di sinistra), ma ne esamina le complesse caratteristiche governamentali e progettuali. A tal scopo l’autrice si serve di quella tradizione ‘immanente’ che dal molteplice pensiero transfemminista e postcoloniale passa per Marx, Spinoza, Deleuze, Guattari, Foucault – tenendo insieme la rilettura di Luxemburg – per identificare operazioni politiche mirate alla costante individualizzazione della forza lavoro. In tal modo Gago affronta il modello neoliberale come essenzialmente dispotico e rifiuta la facile dicotomia fra pratiche politiche moderate (Blair, Clinton, Obama) e autoritarie (Bolsonaro, Trump, Modi, ecc... la lista purtroppo sarebbe lunga) distinguendo questi due poli come livelli d’intensità di una pressione necropolitica intrinseca al «tardo capitalismo». Secondo l’autrice, dal momento che vediamo definitivamente fallire i vari soli (spenti) dell’avvenire legati a sogni di imprenditorialismo individuale e investimenti sul capitale umano, la governance neoliberale non ha altra scelta che torcersi in modo neofascista, associando ad un riacerbarsi della violenza sessualizzata, la produzione di sempre nuove dinamiche identitarie, di comunità ‘proprietarie’ chiuse e ben definite.


Contro questa «situazione» lo sciopero transfemminista non può che essere (come del resto enfatizzato da vari slogan dei movimenti e delle mobilitazioni degli ultimi anni) uno sciopero della riproduzione, un’interruzione della rete della valorizzazione che parte proprio dai corpi, dal loro modo di aggregarsi e sperimentare relazioni. Lo sciopero, e su questo Gago recupera in modo incredibilmente originale la lezione di Luxemburg, non è quindi una semplice e binaria/molare opposizione fra forze produttive compatte ed omogenee contro lo sfruttamento capitalista, ma una diversa temporalità politica; un evento che lascia emergere proprio quella forza ed energia trasversale e sperimentale che ci rende in grado di costruire nuove connessioni e di sperimentare nuove potenze insieme, di trovare una comunanza e formare alleanze contro ogni dinamica atomizzante.


Da questo punto di vista è possibile osservare anche uno degli aspetti più interessanti della trattazione: la definizione del corpo come ecologia, come territorio. Gago, seguendo una traiettoria spinozista, attacca direttamente uno dei presupposti della nascita del soggetto moderno (e soprattutto dell’individualismo liberale), ovvero la proprietà del corpo, e affronta la corporeità come un’ecologia problematica e in divenire; un assemblaggio e un terreno sperimentale (non sappiamo cosa può un corpo è la domanda etica di Spinoza) aperto alla composizione e ad una conflittualità creativa. Se nuove recinzioni procedono attraverso la trasformazione dei corpi in pure funzionalità o corpi-moneta adatti alla valorizzazione e alla produzione, in tal senso, il femminismo liberal si presenterebbe come tentativo di addomesticare e gestire/risolvere istanze potenti e collettive attraverso l’autovalorizzazione imprenditoriale individualizzata (una cattura non dissimile da quella operata su parte del pensiero libertario degli anni sessanta e settanta in generale). Gago ci permette di superare così, non solo dal punto di vista teorico e squisitamente concettuale, ma anche da una prospettiva situata e prettamente politica, la nozione di soggettività chiusa e definita opponendo a corpi associati ad un io ed un’identità ben distinti (o relazionati ad altr* in modo strettamente dialettico) dei corpi che sono anche campi di battaglia tesi fra la possibilità di formare nuove relazioni e la spinta (assiomatica) a «tornare a casa». In questo senso vale la pena anche di sottolineare come il titolo originale del libro enfatizzi la dimensione desiderante e immaginativa legata al posizionamento femminista. Posizionarsi non indica un relativismo o una stasi prospettica, o la difesa di un territorio stabile, ma una processualità, un cominciare a creare connessioni. Quindi, pensiero e pratiche transfemministe costituiscono quello che Deleuze e Guattari avrebbero indicato come un divenire-donna (da combinare con un divenire-classe/nero/animale); un movimento mai definitivamente compiuto che può essere catturato, ma che è in grado di trovare nuovi spazi di attivazione collettiva in ogni punto, tracciando una strada affermativa all’interno del vivente. Da qui traiamo anche una «nuova intersezionalità», basata appunto sulla tensione a comporre trasversalità fra lotte (il femminismo in azione direbbe Angela Davis), soggettività e modi di esperire una realtà complessa e multiforme. Con questa mossa l’autrice sembra anche superare la classica dialettica fra riforma e rivoluzione segnando una combinazione fra questi due movimenti, identificando nella seconda una tensione strategica desiderante (a priori) propria del nostro essere moltitudini in divenire e, nella prima, una capacità tattica di gestione di dinamiche situate, anche all’interno di contesti classicamente istituzionali e rappresentativi. Non ci resta allora che sperimentare la nostra potenza attraverso l’organizzazione e la solidarietà, espressioni non più intese in termini di vaga empatia ed altruismo, ma come scoperta di una gioia affermativa indeterminata e inespressa.


[1] Per Tamu Edizioni è correntemente in corso la traduzione in italiano di un altro importante testo dell’autrice: La razón neoliberal. Economías barrocas y pragmática popular (Tinta Limón, 2013). Il testo recensito qui, invece, verrà pubblicato in italiano da Edizioni Capovolte.


Francesco Sticchi Lecturer in Film Studies presso la Oxford Brookes University e il SAE Institute; si occupa di Film-Philosophy e Cinema della Precarietà ed è attivista del collettivo Terra Phoenix.




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