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Abitare il molteplice, moltiplicare la rabbia

I confini di genere, come quelli tra nazioni, sono presidiati e non avere un lasciapassare significa vivere da clandestinx, rimanere intrappolatx nelle maglie di questi reticolati: a chi spetta (e a chi no) un titolo di viaggio per muoversi liberamente entro i confini di questo mondo? Una recensione di Senza Titolo di viaggio di Filo Sottile (Alegre).

Sono una persona che può dirsi comoda nel corpo in cui è nata. Scrivo a partire da questa comodità, ma anche dall’abitare scomodamente un mondo binario in cui se non sei maschio, etero, bianco, abbiente, un posto te lo devi ricavare a mani nude su un terreno ostile. Un mondo in cui appena qualche giorno fa Cloe Bianco, un’insegnante di una scuola superiore che si era dichiarata trans entrando in classe con abiti femminili - e per questo sospesa per giorni dal lavoro, allontanata dall’insegnamento e relegata nelle segreterie - si è tolta la vita.

Perché, da persona cis, sento il bisogno di parlare di un libro che muove dall’urgenza di raccontare l’esperienza delle persone trans in Italia?


Perché quello di Filo Sottile è innanzitutto un libro politico, dove l’autobiografia irradia altre storie, perché in queste storie c’è tutta l’urgenza di prendere a picconate, collettivamente, le basi di un mondo fatto a misura dell’uomo bianco, etero, cis, normodotato, abbiente e questa urgenza mi interpella. Perché forse abbiamo bisogno di andare oltre le autobiografie e le narrazioni singole e di abbracciare la complessità di storie che rimandano ad altre storie, di pensieri fertili che danno vita ad altri innesti. In questo senso il libro di Filo è un humus in cui crescono e proliferano riflessioni continue, dove le domande chiamano altre domande e forse è qui, nel metodo, che più di tutto questo testo mi ha parlato, nel suo andare oltre il racconto autobiografico e nel farsi, pagina dopo pagina, un lavoro dal chiaro intento politico, nel porre questioni che vanno oltre i confini di genere e che si intrecciano a quelli di razza (di cittadinanza) e di classe perché i confini di genere, come quelli tra nazioni, sono presidiati e non avere un lasciapassare significa vivere da clandestinx, rimanere intrappolatx nelle maglie di questi reticolati: a chi spetta (e a chi no) allora un titolo di viaggio per muoversi liberamente entro i confini di questo mondo?


“Ciò che è selvatico, pagano, pacchiano, queer deve rimanere fuori, ai margini. Bisogna impedire che contamini il recinto dell’accettabile. All’interno dei confini può agire, parlare, mostrarsi apertamente solo chi è civilizzato, credente ortodosso, rispettoso del gusto stabilito, straight, retto, giusto. La vita “così come è” è nient’altro che una semplificazione del reale, una riduzione a una norma stabilita, l’eliminazione del molteplice. Le persone e le esperienze che non possono e/o non vogliono assoggettarsi a questa cernita vengono confinate ad altri spazi, altri mondi, altri universi.”

Essere trans, non aderire a ciò che è comunemente ritenuto accettabile, significa stare fuori dai confini di genere così come della giurisdizione: essere, alle sue regole, invisibile.
Stare in una società come questa apre una serie gigantesca di problemi, di legittimità di esistere, di muoversi, di abitare. Una persona senza documenti attira fatalmente l’attenzione della burocrazia e della polizia”.
Emblematico, nell’ultima parte del libro, il racconto dell’esperienza da bibliotecaria all’università di Torino, della difficoltà di vedere riconosciuto, sulle credenziali di accesso, il nome di elezione e non quello di nascita, nonostante Filo avesse già intrapreso l’iter medico-burocratico per il cambio anagrafico, e da qui la sua battaglia per attivare una carriera alias.

“Rossana mi fa sapere che ha informato della mia situazione una responsabile del settore biblioteche di UniTo, la quale ha detto che non si erano mai posti la questione che ci potesse essere una persona trans fra il personale. E come avrebbero potuto? Nel senso comune le donne trans si prostituiscono, fanno le soubrette, o entrambe le cose, e gli uomini trans non esistono”.

Filo Sottile è una punkastorie, come lei stessa si definisce, che prima di portare in giro i suoi spettacoli di teatro-canzone e diventare una bibliotecaria ha cambiato vari lavori: dalla falegnameria del padre, che ha lasciato dopo il suo coming out, al lavoro come giardiniera, muratora, cameriera… La precarietà lavorativa che colpisce molte persone trans ritorna a più riprese nel libro. Filo parla di “declassamento” per spiegare le conseguenze che il coming out ha avuto nella sua sfera lavorativa, ma anche nella percezione di sé; perdere il privilegio cis significa, infatti, piombare improvvisamente agli ultimi gradini della scala sociale: “Prima la gente mi chiedeva consigli per ogni genere di riparazione, anche su questioni di cui non sapevo nulla. Adesso la matita che passo sugli occhi e gli abiti femminili che indosso sembrano aver coperto del tutto la mia esperienza e la mia competenza”.
Questo declassamento, unito allo stigma, è secondo Filo anche causa di quella precarietà ed emarginazione che spingono molte persone trans a fare lavoro sessuale come unica alternativa a disposizione più che per scelta, soprattutto se non bianche.

In Italia fino al 2015, in base alla legge 164 del 1982, la riassegnazione di sesso e genere anagrafico sui documenti era consentita solo dopo l’intervento chirurgico genitale. Nel 2015 una sentenza della Cassazione stabilisce che è possibile ottenere un cambio anagrafico aggirando l’intervento chirurgico, ma per ottenere i documenti servono un avvocato e almeno due o tre anni di attesa. L’ultima parola, poi, spetta al giudice.
Un team composto da esperti, psichiatri e psicologi elabora una “diagnosi di incongruenza” i cui costi oscillano tra i cinquecento e i mille euro, a cui si aggiungono due o tremila euro di avvocato. Nel frattempo trovare lavoro diventa sempre più complicato e si perde l’accesso a prestazioni sanitarie gratuite come il pap test.

Nel caso dell’intervento, per la legge 164 l’autodeterminazione della persona trans non è sufficiente. Poiché in Italia non è consentito operare parti del corpo sane, un giudice deve concedere il cambio anagrafico e autorizzare l’intervento dopo aver preso visione di tutta la documentazione richiesta. Capita spesso - racconta Filo - che nei centri ospedalieri specializzati le persone che vi si recano per iniziare un percorso di transizione e ottenere la prescrizione per gli ormoni tornino a casa con quella per gli psicofarmaci poiché la loro espressione di genere è ritenuta non adeguata alla transizione. Per non parlare della base profondamente binaria della legge 164, come emerge da questo pronunciamento riportato nel libro:
“[il] transessuale sul quale sia stata operata la trasformazione anatomica degli organi genitali è capace, di regola, di normali rapporti sessuali con un partner dell’altro sesso [...]”
Detto altrimenti: l’orientamento sessuale della persona sarà determinato dai genitali che si ritrova e non dai suoi desideri e dalle sue inclinazioni. Insomma, l’orizzonte della transizione è diventare una persona cis possibilmente etero.

“Qualcuno decide se darci gli ormoni, qualcuno ci spinge a fare interventi che non vogliamo fare, qualcuno può sindacare su quelli che invece desideriamo e qualcuno dà il nullaosta per mettere sui documenti i nomi che usiamo. Un armamentario di sì-no-forse calato dall’alto che continua a trattarci come errori da correggere".

Per le persone trans che non richiedono né farmaci, né interventi, inoltre, con la legislazione italiana è del tutto impossibile chiedere documenti.
“La narrazione del corpo sbagliato, ammesso sia mai stata utile, è ormai frusta e rifiutiamo anche la credenza che siano gli interventi e i farmaci a fare di noi persone trans. È la società a premere sui nostri corpi, a farceli sentire inadeguati (...) Attenzione però! Il rifiuto di questa narrazione non significa che rinunciamo alla possibilità di mutare i nostri corpi: intraprendere la terapia ormonale sostitutiva, una mastoplastica additiva o una mastectomia o un qualsivoglia intervento volto al miglioramento della performance di genere, per molte e molti di noi può rivelarsi una valida alternativa al suicidio (...). Quei mutamenti ci permettono di esistere e agire in territorio ostile, funzionano/dovrebbero funzionare/ci permettono di funzionare come un lasciapassare. In ogni caso la questione non è interventi si, interventi no: è tutta riassumibile nello slogan femminista «sul mio corpo decido io». E anche sul nostro genere spetta a noi l’ultima parola”.

L’assunzione di ormoni e i loro effetti sul corpo e sull’umore viene raccontata in un diario che l’autrice condivide nel corso del libro. La posizione di Filo è chiara, anche in risposta a quel femminismo trans-escludente che accusa le persone trans di confermare gli stereotipi di genere: “Non provo nessun piacere a dare quasi cinquanta euro al mese all’azienda produttrice del farmaco che uso ma qui è opportuno sgomberare il campo da ogni possibile equivoco. In La mostruositrans ho scritto che come persone trans, non binarie e come femministx cerchiamo soluzioni politiche e non tecnologiche al nostro disagio. Significa che i nostri nemici sono il capitale e l’eterocispatriarcato (...) in un mondo liberato potremmo disporre liberamente dei nostri corpi, delle nostre esistenze, delle nostre relazioni, senza imposizioni, senza soverchierie, senza sfruttamento (...). Adesso, qui e ora, non siamo in un mondo liberato.” 
Inoltre, in un mondo in cui l’avvenenza fisica sembra dare un briciolo di potere in più, non dovrebbe stupire che persone discriminate che hanno perso potere e prestigio sociale cerchino di ottenere una maggiore capacità contrattuale.
L'idolatria per la Natura e l’avversione per la sua idealistica nemesi, la Tecnologia - continua l’autrice - mimetizza appena una predisposizione al darwinismo sociale: “il sottotesto di tutto è che il mondo che sognano - qui si rivolge in particolare a chi pontifica dai salotti o dalle tastiere- è un posto per maschi bianchi, cisgender, etero, abili, e per le loro donne, se ne accettano il dominio. Le altre soggettività o chi quel dominio lo mette in dubbio si attacchino al cazzo”.

In un’intervista su L’Essenziale (26 febbraio 2022) Antonia Caruso, attivista trans/femminista e editrice, mette in chiaro le ragioni politiche del perché trova riduttivo parlare della sua transizione, ne riporto qui un passaggio: “Sembra che le persone trans non possano parlare d’altro che delle persone trans. Se una persona trans parla di depressione si dà per scontato che il coming out risolverà tutti i suoi problemi di salute mentale. Non è così…”.

Il coming out, la transizione, come scrive anche Filo, non sono lo schiocco magico delle dita che mette tutto a posto. Se la paranoia prima era quella di essere scoperta, spiata, l’ansia che viene dopo è quella di non essere riconosciuta, ascoltata, rispettata.
“Sono ancora impegnata a stare meglio. Ho avuto la fortuna e il privilegio di scoprire e adottare alcune strategie per alleviare il disagio mentale, ma ancora non bastano. Potrebbe farmi comodo fare psicoterapia.” E qui l’autrice apre una riflessione sull’accesso alle cure per le persone trans precarie, disoccupate, la cui alternativa è lasciare duecento euro al mese dalla psicologa o rivolgersi al servizio sanitario nazionale, con il rischio di trovare un personale medico che tratta ancora il transgenderismo come una malattia.

Alla patologizzazione e alla medicalizzazione del corpo trans, alla famiglia “naturale” proposta dalla società neoliberista come unico baluardo contro la solitudine, Filo oppone la fierezza di far parte di quella molteplicità che per lei è al cuore dell’esperienza trans: “La relazione fra umani etero e cisgender è solo una delle maniere di relazionarsi agli altri esseri umani. La molteplicità esiste, anche dove la scienza ancora non la vede o già non la vede più e continua a esistere anche nell’ipotesi in cui non la vedesse mai. (...) Siamo, sappiamo di esserci e, dal punto di vista politico, potrebbe essere persino irrilevante se è il nostro assetto ormonale/neuronale a determinare le maniere in cui ci sentiamo rispetto al genere o quelle in cui ci diamo piacere, quelle in cui proviamo attrazione per altri corpi e altri esseri viventi. Provocatoriamente mi viene da chiedere se non sia la nostra attitudine a modificare i nostri assetti ormonali e neuronali: forse è l’aprirsi alla coscienza di essere persone frocie che scava nuovi percorsi nelle nostre sinapsi e nei nostri cuori e modifica i nostri corpi, di dentro e di fuori. Se fosse una trasmutazione alchemica che amplia le possibili interazioni sociali? Se fosse magia queer?”

Stare fuori dai confini del genere e della giurisdizione diventa allora uno spazio di possibilità, dove fiorisce la biodiversità e fa il nido la molteplicità:
“Sto venendo allo scoperto come persona trans, la civiltà, questa società neoliberista ed eterocispatriarcale, già da un po’ ha iniziato a declassarmi, ad allontanarmi. Se non voglio essere espulsa, se voglio provare a rimanere nei confini, mi chiede di mimetizzarmi, camuffarmi, (...) non mostrarmi pacchiana, non far vedere che vengo da fuori. Eppure è riconoscendo la mia appartenenza a questi spazi altri, intrecciando relazioni con le persone che vi ho trovato, che ho potuto immaginare per me una possibilità di vita, di prosperità.”

Non c’è liberazione, sembra suggerire la punkastorie, se non nella dimensione collettiva unita alla prospettiva critica che di questa molteplicità si nutre, che la fa esplodere oltre gli argini di quello che è già dato, che moltiplica la rabbia, che non si accontenta delle briciole lasciate ai margini del sistema neoliberale, delle unioni civili e dell’inclusione formale: la posta in gioco è molto più alta; si tratta di ripensare le basi transfobiche, razziste, sessiste su cui si fonda il nostro modo di conoscere il mondo, si tratta di riconoscere che non basta una proposta di legge come il ddl Zan a porre fine alle violenze omolesbotransfobiche perché l’omolesbotransfobia è una violenza sistemica.

Tra frammenti di conversazioni, autobiografia, pezzi di diario, testi di canzoni, riflessioni, stralci di sceneggiature, ricordi, prende corpo un testo scritto dall’urgenza, ma che sedimenta anche il tempo dell’elaborazione collettiva, come quella dell’esperienza NoTav e dell’assemblea Ah Squeerto! di Torino, un testo che transita per vari linguaggi e che moltiplica le domande, che si costruisce come un viaggio, aggiungendo un pezzo a ogni tappa. E qui mi ritornano in mente le parole di Filo a chiusura della Mostruositrans (Eris), dove usa il plurale per parlare di sé: “Sorridiamo ogni volta che per strada incrociamo un TIR, con su scritto “trans”. Sentiamo una bislacca e imperfetta parentela con quei mezzi. Anche noi veniamo da lontano e andiamo lontano, anche il nostro carico fa eccezione e sono eccezionali le esperienze che incameriamo. Ed è con eccezionale trasporto che ipotizziamo che il nostro posto sia nel viaggio, nel percorso. E nel conflitto”.


Cecilia Arcidiacono fa la libraia. Dopo gli studi a Bologna ed erranze più e meno lunghe nel Mediterraneo approda a Napoli, dove nel 2018 dà vita alla libreria Tamu insieme a Fabiano Mari.

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